Discussione sul neo-municipalismo

E’ uscito questo documentario (sottotitolato anche in italiano, peraltro)

torify youtube-dl https://www.youtube.com/watch?v=HivzxLW_t6Q

Un po’ di considerazioni in ordine sparso, ed alcune risposte alle osservazioni.

  1. Spero sia chiaro a tutti che non si sta parlando di una frammentazione ed un ritorno all’Italia del comuni in cui ognuno cambia le leggi come gli pare.
  2. Chiedere “più federalismo e meno centralismo” non significa necessariamente rinnegare solidarietà/redistribuzione a livello nazionale o internazionale: avere una quota più elevata di tasse che rimane sul posto non vuol certo dire tutte. Attualmente le realtà locali devono mendicare le briciole, altro che il federalismo di cui parla la Costituzione.
  3. Più in generale ci sono competenze che vanno gestite centralmente e competenze che vanno lasciate sul territorio. E’ già così, ed è normale che sia così. Ovviamente la manopola si può ruotare verso il centro o verso le periferie, si tratta di scelte politiche. Un Renzi qualunque cercherà di accentrare il controllo nelle mani di pochi burattini (cfr. referendum), un pirata cercherà di distribuirlo (“Intendiamo perseguire e realizzare strutture aperte e paritarie che formino una rete distribuita per la gestione della società e dell’economia”, cfr. il nostro manifesto) Gli strumenti partecipativi dovrebbero rispecchiare questi livelli, che vanno dal locale via via fino al globale. Un “liquid” globale, per dire, non è in alcun modo incompatibile con uno locale.
  4. Corruzione non è un problema prevalentemente locale, solo che quella che avviene a livello centrale è meno “da bustarelle” e più subdola, connaturata nel sistema, con la sua commistione tra poteri economici e politici.

Tuttavia non penso siano questi i nodi centrali quando si parla di neomunicipalismo.

In sostanza l’idea a cui mi riferisco è questa: la “rivoluzione” della partecipazione democratica può (e probabilmente deve) partire dalle realtà municipali, essere vissuta/sperimentata tangibilmente, prima di potersi espandere ad una scala maggiore. Non perché non si possano ideare strumenti (es. Euroliquid) a livello nazionale o europeo, ma perché in assenza di un’abitudine al confronto democratico ed all’approfondimento questi porterebbero verosimilmente a “sondaggioni” o plebisciti populistici. Quest’abitudine può scaturire più facilmente e meglio a livello locale grazie alle dimensioni più ridotte, con cui è più facile rapportarsi e confrontarsi costruttivamente. Quindi ben vengano realtà - come Barcellona - incentrate sulla partecipazione, possono essere le basi su cui creare qualcosa di molto più ampio.

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Sì penso anch’io che le cose finirebbero in questo modo, gente che vota su cose delle quali non sa nulla, ma ha solo letto qualcosa su facebook…

Riesumo questo topic perché mi pare che cada a fagiuolo oggi, all’indomani dell’aggiornamento del DEF più delirante della storia repubblicana. Uno Stato decentralizzato (mi piace più questo termine che “federalismo”, è più hacker) è più resiliente.

Ora che questo cottolengo di urlanti mentecatti chiamato “governo giallo-verde” ha messo una pietra tombale su un Paese comunque destinato al declino, ci si può chiedere cosa sarebbe successo se, anziché governare 60 milioni di individui, questa coraggiosa manovra del popolo avesse riguardato -chessò- una sola città (fosse anche la capitale). Semplice: sarebbe fallita essa sola, con conseguenze meno drastiche sul resto dello stivale. A tal proposio, è bene ricodare che negli USA anni fa Detroit è fallita, ed è successivamente “rinata”. Ovviamente da noi l’idea di lasciar fallire una città -o un’azienda anche solo semi-pubblica- fa orrore: si preferisce continuare a rifornire con soldi pubblici amministrazioni inguardabili, a fare salvataggi di aziende decotte (per poi regalare generosamente a cordate di italianissimi “capitani coraggiosi”, vedi Alitalia ai tempi di Silvio®). Il risultato è una tragica de-responsabilizzazione collettiva. La gente continua ad eleggere i Cetto La Qualunque a Sindaco in cambio di favori e prebende clientelari, perché tanto, se le cose dovessero mettersi davvero male, arriverà da Roma un fondo salva-città a sistemare le cose.

Ecco, se lo Stato smettesse di fare questi “salvataggi” (che altro non sono che trasferimenti di denaro dai più virtuosi ai più corrotti), forse laggente potrebbe finalmente imparare sulla propria pelle cosa significa prendersi cura del territorio su cui si vive. Se gli enti locali avessero ampia autonomia di imposizione ed esazione fiscale, la gente forse comincerebbe a pretendere trasparenza e gestione oculata dei propri quattrini.

E sì, c’è parecchia differenza tra il fare tutto ciò a livello locale e farlo su scala nazionale. A livello nazionale è tutto più grosso e “lontano”, mentre sul territorio le conseguenze della mala politica le hai sott’occhi nel quotidiano: i rifiuti per strada, le scuole che cadono a pezzi, i mezzi pubblici che prendono fuoco.

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