Riepilogo delle proposte economiche del PP-IT (mashup)

scusami ma il principio di sussidiarità cos’ha a che vedere con il federalismo fiscale?

Soprattutto, come ho già scritto, in una nazione dove le differenze economiche tra regioni sono abissali?
Il principio di sussidiarietà avviene quando una Regione o un Comune attua interventi e prassi virtuose, per cui diviene inutile, ed a volte anche dannoso, l’intervento a livello centrale.
Questo avviene probabilmente in alcune regioni del Nord Italia, ed è cosa buona e giusta che in quel caso lo Stato non ostacoli queste buone prassi ma anzi le incentivi anche esportandole dove ciò non avviene.

Ma sono e rimangono (e rimarranno se prima non si risolvono problemi ben più pesanti come, per esempio, la scarsa economia, l’elevata disoccupazione o sottooccupazione, la corruzione, la mafia ecc) limitate oasi di efficienza che attualmente non possono prevedere un federalismo che inizia addirittura con il federalismo fiscale!

Certo, poi possiamo anche buttare a mare certe regioni italiane e decidere che ormai sono morte e sepolte e quindi le possiamo lasciare in balia dei loro problemi che decidiamo siano insormontabili.
Insomma…salviamo il salvabile e chissenefrega se i 2/3 dell’Italia cadrà a picco…ma siamo proprio sicuri che questo permetterà alle regioni virtuose di decollare? Non è che finirà che, oltre a chiudere i porti dovremo ereggere anche una bella muraglia con tanto di cecchini per evitare l’assalto dalle regioni limitrofe?

Direi che la risposta l’ha scritta Boldrin qui.

Nemmeno la presa d’atto dell’attuale disastro e il disincanto sulle possibilità di autoriforma del sistema inducono i detrattori delle proposte delle tre regioni ad un atteggiamento men che ostile nei confronti dell’autonomia differenziata. Si tratta di tesi che ci sembrano il frutto della retorica della solidarietà, che conduce al disconoscimento radicale del principio di responsabilità: se il sud non ce la fa, è comunque da escludersi che il nord possa cercare di ricorrere all’autonomia e all’autogoverno, migliorando le proprie performances nei confronti dei propri cittadini e garantendo quella crescita economica che, comunque, data la necessità della perequazione, serve anche all’altra parte del paese. Un’infinita corsa al ribasso: meglio stare male tutti insieme, piuttosto che sperare che la crescita di un territorio finisca per influire sulla crescita dell’intero paese.

Eppure, in un suo bel libro ( Perché il sud è rimasto indietro , Bologna, 2013), proprio Felice ammoniva che non ci si può attendere alcuna spinta modernizzatrice dallo Stato, compromesso con le istituzioni estrattive del mezzogiorno tanto da non riuscire a debellare nemmeno la criminalità organizzata. Proprio per questi motivi (la compenetrazione con le istituzioni locali), <<lo stato italiano si è talmente indebolito che alla fine è diventato incapace di qualunque spinta modernizzatrice. È la storia dell’Italia degli ultimi decenni, il declino sempre più evidente del paese, non solo economico, ma anche istituzionale, civile. E anche le istituzioni politiche ed economiche del Nord hanno preso ad assomigliare sempre più a quelle del Mezzogiorno. Continuando così, nei prossimi decenni il divario si potrebbe forse colmare, ma al ribasso, con il Nord che si avvicina al Mezzogiorno. Per allora si sarà creato un altro divario, ancora più profondo, tra l’Italia e i paesi avanzati>> (p. 225).

In definitiva, dallo Stato non ci si può aspettare nulla di buono, dalle istituzioni del sud men che meno, il rischio è quello che il nord diventi come il sud, ma l’autonomia differenziata è comunque un male da combattere.

2 Mi Piace

Sei un vero statista, pensi avanti di 400 anni. In fondo la Svizzera ha elaborato la democrazia conseguenza della rivoluzione francese per giungere al federalismo attuale in circa 400 anni. Non è meglio impostare un percorso partendo dalle basi ed arrivarci gradualmente? Parliamo intanto su come cominciare in Italia ed in base a quali principi. Parliamo anche dell’esempio Catalano sempre attuale. Parliamo dei contrasti in Inghilterra con la Scozia e gli eterni problemi nell’Irlanda divisa. Il federalismo è nato per unire pacificamente i diversi e poco ha a che fare con il cucire lo stivale, sempre rotto e con i buchi, o con l’idea della grande Europa che non sarà certamente uno stato con autonomie locali all’italiana. Se si farà qualcosa sarà graduale e dal basso, quindi di tipo federale. Altrimenti i conflitti regionali non finiranno mai.

2 Mi Piace

nessuno credo possa tranquillamente affermare che l’attuale situazione del sud (e pure del centro) italia debba continuare ad essere affrontata nella stessa maniera assistenzialistica da mammà che è stata attuata fino adesso. Che è fallimentare è sotto gli occhi di tutti.
Ma contesto il fatto che tagliando i finanziamenti al sud e concentrandoli al nord (perché il federalismo fiscale detto terra terra è questo) si risolve il problema.
Cioè oltre alla banale ricetta leghista non c’è nulla? Siamo sicuri?

Io per esempio ripropongo la contrattazione differenziata…una roba simile a quella che un tempo veniva chiamata “gabbie salariali”…a mio giudizio questo potrebbe innescare delle prassi virtuose anche al sud. Certo non basta ma potrebbe essere un inizio…

Hai un concetto strano di federalismo fiscale.

Semplicemente il gettito fiscale, trattenuto parzialmente a livello regionale, consente alle regioni virtuose più ampio respiro.

Perché dare finanziamenti senza senso e palesemente discriminatori a regioni che fanno finire i soldi in magici buchi neri?

1 Mi Piace

ma non c’è già questa parziale trattenuta fiscale? A me risulta di si. @Lanta non giriamo intorno alle parole: federalismo fiscale nell’Italia attuale significa eliminare ogni supporto al sud concentrando la ricchezza in due o tre regioni del nord. Facciamo il federalismo dei controlli fiscali, piuttosto! A quel punto l’incentivo di cui parlava @Mark8 avrebbe un senso…un ottimo senso!

Vorrei fare qualche appunto al riepilogo di @Exekias, preparatevi ad un ennesimo post chilometrico (scusatemi, ma il dono della sintesi ogni tanto funziona a giorni alterni)

Intanto non l’avrei messa per prima negli obiettivi di breve termine bensì un pochetto più in basso, anche perchè ad ora la normativa è molto frammentaria ed all’inizio, più che un federalismo fiscale prevederei un federalismo nei costi invece che nei ricavi.

Un piccolo appunto che vorrei fare riguarda l’aggiunta inserita. Sinceramente non la trovo molto corretta perchè la penso come un “o tutti o nessuno”. Già trovo difficile digerire le regioni a statuto speciali, figuriamoci le differenze tra regioni a statuto ordinario.

E, soprattutto, del passaggio di molte detrazioni a crediti di imposta visto che i crediti di imposta possono essere recuperati anche a fronte di un reddito zero. Questi andrebbero altrimenti persi, mentre la loro trasformazione in crediti di imposta li farà diventare esigibili dai contribuenti; questi saranno poi possibili sommarli all’inizio di un RdE ecc ecc

Mi potresti trovare degli esempi dove tale forma viene attuata al momento? Vorrei studiarmela un pochetto meglio

Credo che sia compresa nella semplificazione delle tasse

In realtà, nell’esempio che ho fatto all’inizio della “duplice” tassazione IRES-IRAP nelle aziende questo è evidente. Al momento IRES ed IRAP hanno due modelli dichiarativi separati, due tassazioni con regole diverse, due aliquote diverse e, pertanto, quando vi sono gli accertamenti, due distinti controlli. Un dettaglio non da poco riguarda il fatto che nell’IRAP (ad eccezione di alcuni casi), il costo del personale non è deducibile dal reddito mentre nell’IRES sì. Rimuovere l’IRAP significa, indirettamente, rimuovere anche un costo indeducibile per le aziende, riducendo (sebbene non di molto) il cuneo fiscale.

Magari non con questo spirito, però anche io penso che vada effettuata una politica italiana nella modifica delle competenze regionali, senza dover scomodare la Costituzione.

Carino, molto carino come obiettivo. In realtà questo è già un obiettivo europeo ma che non è mai stato preso in considerazione seriamente dal Parlamento europeo. L’esempio classico è l’IVA che è un’imposta comunitaria ma che ha, ancora, diverse aliquote per ogni paese.

Ecco perchè penso che sia meglio fare prima un federalismo nei soli costi per l’approvvigionamento dei materiali di consumo e, solo poi, pensare ad un federalismo fiscale. Farne uno non esclude l’altro e potrebbero anche essere votate separatamente queste due proposte senza che una incida sull’altra.

Dovremo viaggiare tutti insieme in Italia e, per farlo, serve il supporto della maggioranza della popolazione. Una riforma del genere avrebbe il netto dissenso da parte del 30% della popolazione, a prescindere dalla correttezza o meno della proposta. E, per rispondere alla successiva domanda: sì, ne sto facendo un problema a livello di voti nelle elezioni. Si può arrivare allo stesso obiettivo senza partire in quarta e se, per farlo, si ottengono più voti e la riforma viene più condivisa, è meglio.

Ecco, questo è l’esatto motivo del federalismo, quantomeno nei costi, e poi fiscale. Ora dirò una frase molto dura, però “l’Italia ancora è da formare”. Ancora non ci si sente del tutto “italiani” ma si difendono strenuamente i confini regionali e/o comunali. Kennedy, in un famosissimo discorso, disse “Ask not what your country can do for you; ask what you can do for your country” (“Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”). Tutt’ora i cittadini non hanno una visione di insieme, mettendo davanti gli interessi personali rispetto a quelli statali. Responsabilizzare maggiormente le regioni (ed i comuni) potrebbe portare a far capire che lo Stato non è un nemico da combattere solamente.

Assolutamente no, quantomeno non è in quest’ottica che lo abbia mai visto. Considera la situazione odierna a parità di investimenti. Uno step per volta. Responsabilizzare negli acquisti riducendo sprechi inutili -> avere una propria tassazione con, parallelamente, meno trasferimenti dallo Stato. I grandi investimenti resteranno comunque a carico statale, gli investimenti più “piccoli” saranno, mano mano, dati alle competenze regionali.

Ecco, questa è una bella idea. L’avevamo già affrontata in questo post o nel precedente e poi era andata persa. Avevo anche fatto una simil-proposta per “vincolare” questa contrattazione, ossia inserire dei coefficienti (in un range non troppo grande) che prendono come riferimento la grandezza del comune/provincia nel quale si lavora nonchè il luogo stesso (mezzogiorno, centro, nord). In tal modo, per lo stesso lavoro, si avrà uno stipendio superiore in una città come Milano/Roma/Napoli ed uno stipendio minore in un piccolo paesino nel mezzogiorno, dove il costo della vita è più basso.

quanc’è la spiegazione corta e qua invece c’è una spiegazione più lunga e dettagliata.

In poche parole, per chi non vuole leggersi tutta la pappardella funziona così: viene individuatoun budget assistenziale erogato in euro alla persona con disabilità che ha necessità di assistenza domiciliare. Questa persona assume direttamente uno o più operatori (anche attraverso un Agenzia per la Vita Indipendente e/o una coop di assistenti che organizzano anche altre erogazioni assistenziali affiancando meglio chi non è in grado di gestire il ruolo di “datore di lavoro”) che si gestisce autonomamente come orario e modalità di assistenza. A fine mese rendiconta dettagliatamente i pagamenti (buste paga, contributi ecc) e stop. Gli operatori hanno un contratto a tempo indeterminato e garantito, tutta l’assistenza viene goduta totalmente dall’assistito e non finisce in rivoli di sprechi, ruberie ed evasioni, tipici dell’assistenzialismo gestito dalle istituzioni locali.

Chiedi quello che vuoi, oltre ad utilizzare l’assistenza indiretta per mio figlio da circa 16 anni me ne sono occupata professionalmente con un Agenzia per la Vita Indipendente liberando letteralmente moltissime persone e famiglie con disabilità dall’assistenzialismo Statalista. Tieni presente, purtroppo, che questo percorso di assistenza autogestita è sempre stata osteggiata pesantemente proprio a livello istituzionale in qualsiasi maniera possibile. Eppure, nonostante tutto, il suo funzionamento e l’elevata efficienza assistenziale (anche in termini di notevoli risparmi economici per la collettività oltre all’aver smosso enormemente il mercato assistenziale ) è incontrovertibile al punto che, malgrado sia osteggiata in tutte le maniere, a livello politico non sono riusciti a trovare (e non troveranno mai) argomenti validi per abolirla…come a molti purtroppo piacerebbe.

Se si facesse in Sanità…sarebbe una bomba :wink:

Eh ma fatta così è profondamente diversa dal partire con un federalismo fiscale!!

Quindi l’assistenza indiretta si sostanzia esclusivamente nell’avere una (o più) persone che badano alle persone con disabilità. Ho letto, vista l’ora, solo il primo link, domani proverò a leggere anche l’altro comunque, però una domanda che mi può venire spontanea è: “ci sono operatori per tutte le persone?” A questa poi se ne aggiungono altre, tipo: “quanto tempo ci può volere per attivare un programma che va verso la formazione di tali persone?”. Ecco perchè non riesco a vederle un’applicazione a breve termine. L’idea è buona, non dico assolutamente il contrario, però ci vuole del tempo per arrivare a ciò che chiedi per tutta la collettività.

Il federalismo fiscale dovrebbe essere l’obiettivo, al quale arrivarci a step per avere più supporto possibile da parte di tutta la popolazione. Qui vado in OT anche perchè questa è un’opinione personalissima che non rientra assolutamente nel thread, però è lo stesso discorso per la comunità LGBT che chiede “tutto e subito”, ossia il matrimonio, l’adozione dei figli e la possibilità nell’avere le madri surrogate. Al momento questa visione è ostacolata da una enorme quantità di persone con visioni conservative che è contraria a cambiamenti così repentini. Fare richieste più semplici, magari partendo dal solo matrimonio, potrebbero portare a far vedere, da parte di questi soggetti, le coppie gay come “persone normali”; a quel punto si passa ad un altro step e così via. Il proverbio “chi tutto vuole nulla stringe” dovrebbe essere la base di un programma elettorale nonchè la base di qualsiasi altro discorso

hemmm è un modo molto terra terra di vedere un assistente personale. L’idea del “badante” è proprio l’esempio più concreto dell’approccio assistenzialistico dove chi assiste “governa” l’individuo con disabilità un po’ come se fosse un cagnolino…discorso lungo da fare in altri contesti e che non interessa qua.

dipende dal budget erogato. Questo è uno dei nodi cruciali dove le istituzioni cercano di boicottare pesantemente questo servizio. Perché l’orientamento, in barba alla legislazione che individua nel PAI ( Piano Assistenziale Individualizzato) prevede una dettagliata istruttoria da parte di un’apposita commissione che deve individuare il bisogno, la necessità assistenziale della persona che ne fa richiesta. Pur in presenza di questa istruttoria però le istituzioni tendono ad erogare una cifra molto colto contenuta ed uguale per tutti (di fatto eliminando l’individualizzazione della misura), costringendo i contesti con i maggiori carichi assistenziali ad adattare l’assistenza alle condizioni di mercato dove, per esempio, le tasse sul lavoro depotenziano la possibilità assistenziale. Malgrado tutto l’assistenza ottenuta, sia in termini di quantità che in termini di qualità, è orientativamente il doppio di quella che potrebbe essere erogata con il medesimo budget direttamente dalle istituzioni attraverso le gare in convenzione.

Gli operatori in genere vengono formati direttamente dalla persona con disabilità e/o dai suoi famigliari. Ed in genere questa è la modalità che si preferisce perché ogni persona con disabilità è diversa l’una dall’altra ed ha esigenze e modalità di essere assistito diverso.

Nella selezione del personale c’è chi preferisce degli operatori che hanno già delle specifiche competenze, come degli educatori con capacità relazionali per persone con disturbo autistico o ritardo mentale, oppure operatori con competenze socio sanitarie, tipo OSS. Poichè la scelta della competenza è solo della persona con disabilità, o della sua famiglia , queste competenze saranno selezionate direttamente da questi che potranno essere assistiti in questa selezione da agenzie specifiche.

Per quanto riguarda l’applicazione nel territorio ormai sono decenni che esiste anche se a macchia di leopardo, nel senso che in alcune regioni purtroppo ne viene ostacolata anche la partenza. Un esempio tipico è la Sicilia, dove esiste una legge regionale in tal senso ma i fondi sono bloccati da anni per favorire gli enormi interessi di business incancreniti intorno all’assistenzialismo politico-statalista delle persone con disabilità.
In sintesi si preferisce privare l’assistito di ogni possibilità di scelta estromettendolo dall’organizzazione assistenziale che rimane istituzionale, anche se esternalizzata a cooperative o associazioni che ne decidono gli orari, il personale (perlopiù sottopagato, con contratti a progetto e/o finta partita iva, e con retribuzioni a singhiozzo) e con un costo orario ingiustificatamente gravato da spese di gestione che non gestisce nulla, enormemente costoso per la collettività.

Ho sempre avuto un’atavica avversione alle cose fatte “dal basso”: spesso esse sono fatte “dal culo”, più che “dal basso”.

Il problema, ad oggi, è che si hanno enormi competenze esclusive (quelle delle regioni) alle quali, però, non vi è una corrispettiva responsabilizzazione delle loro scelte visto che c’è sempre lo Stato a coprir loro le spalle nel caso in cui serva loro denaro.

1 Mi Piace

Questo perché per motivi puramente elettorali si è dato autonomia laddove autonomia non andava mai data (vedi la sanità o l’istruzione).

Eh… Ora, però, siamo in questa situazione ed abbiamo due alternative. Possiamo lamentarcene e basta oppure possiamo fare in modo di avere interventi mirati che permettano la loro relativa responsabilizzazione. Modificare la Costituzione (https://www.senato.it/1025?sezione=136&articolo_numero_articolo=117 visto che è l’articolo 117 della Costituzione che prevede le aree di competenza esclusiva e concorrenze delle regioni) è sempre una cosa da organizzare nei minimi dettagli e da prendere con le pinze ma, al tempo stesso, è in quella direzione dove bisogna andare. In realtà, la mia prima proposta di accorpare nello Stato l’acquisto di beni di consumo delle regioni non è una modifica costituzionale e può essere fatta tranquillamente con legge ordinaria.

Esiste anche la terza via: ridare in mano allo Stato materie di sua assoluta competenza, vedi ad esempio la Sanità e l’Istruzione.

Serve una riforma costituzionale per quello, vedi articolo della Costituzione sopra.

1 Mi Piace

Concretamente?

Ecco.

Questa non mi è ancora chiara…

A me pare invece un vettore per aggravare tale situazione. Il federalismo in Germania non mi pare la abbia unificata bene. I Bavaresi si percepiscono quasi come nazione a parte e agli altri potrebbe anche stare bene un BAYEXIT. Poi non mi pare che stia funzionando in Catalogna, giusto?

E come si fa a non finire così?

Uhm!

Allarme! @erdexe! Qui c’è qualcuno che mette in discussione la Santissima Divina Costituzione di Santo Spirito!

E fa bene. C’è una piccola differenza tra chi, partendo da una premessa sensata, o anche totalmente insensata, fa qualcosa in pratica, mettendola in atto, all’interno del quadro delle azioni possibili (modificare la seconda parte della Costituzione), o anche di quelle impossibili (modificare la prima parte, quindi adottando metodi oltre-costituzionali e eversivi, prendi per esempio i catalani), e chi parla a vanvera di cose che non ha nessuna intenzione di mettere in atto e che peraltro non conosce se non per averle lette un po’ su Wikipedia. I primi a me stanno simpatici, tutti. Perché pensano e fanno. Lascio come compito a casa la deduzione di quello che penso invece di questi ultimi.

2 Mi Piace

Centralizzare gli acquisti di materiali di consumo (dalle penne per scrivere alle siringhe). Si vede quanti di questi prodotti sono richiesti da ogni singola regione, magari tramite invio mensile/settimanale da parte delle regioni stesse del proprio fabbisogno (così si può anche effettuare controlli tra preventivo e consuntivo nelle quantità richieste) e poi lo Stato acquista i materiali di consumo per poi rigirarli alle regioni. Così facendo, a parità di qualità, si ha lo stesso identico costo di acquisto per tutte le regioni. Devono essere stabiliti dei requisiti minimi di qualità e deve essere lasciata la possibilità alle regioni di dotarsi di strumenti migliori, ove necessari, in via autonoma. Avevo inserito tale proposta nel thread “come evitare l’oblio fiscale”.

Lasciamo quindi così come è? Lasciamo la possibilità di assumere indiscriminatamente personale pubblico che sta a girarsi i pollici o che non entra nemmeno nel posto di lavoro senza alcuna sanzione per loro e per i dirigenti sopra di loro?

Meno trasferimenti dallo Stato alle Regioni e, quindi, ai Comuni, più ci sarà bisogno di entrate. Fare una lotta al ribasso significa poi avere meno risorse, non so quanto convenga oltre un certo limite.

La Costituzione sta alla base di ogni Paese e non può essere toccata, rigirata e cambiata ogni volta che cambia la direzione del vento.

Si può modificare la Costituzione, però è necessario parlarne solo quando realmente vi è bisogno e solo quando vi è un programma dietro che giustifichi tale modifica.

3 Mi Piace

mmmmh nì…@solibo forse per l’istruzione ma per la sanità invece ci vuole autonomia eccome nella scelta degli investimenti. L’italia è una penisola che differisce enormemente nelle criticità sanitarie presenti tra regione e regione. Ci sono patologie endemiche in alcune regioni (vedi l’ipotiroidismo nelle regioni centrali, l’anemia falciforme in sardegna, certi tumori in puglia e campania, certi tipi di malformazioni genetiche e patologie dell’umore al nord ecc). Investire maggiormente nello studio, nella prevenzione e nella cura adattandolo alle criticità maggiormente presenti in quel determinato territorio è indispensabile.
Io sono dell’idea che, invece, gli investimenti poi vadano rendicontanti provandone l’efficacia, questo è quello che manca. In Italia si danno ottime motivazioni per chiedere investimenti ma poi non c’è alcun feedback su che fine hanno fatto. Motivo per cui nelle regioni non vengono praticamente quasi spesi i finanziamenti specifici in Sanità provenienti dall’Unione Europea, perché all’Europa non bastano le giustificazioni poi vogliono dettagliati rendiconti su come i finanziamenti erogati sono stati spesi ed hanno inciso sul contesto critico segnalato.
Insomma in Italia manca il controllo…non so più come scriverlo. I tagli lineari finiscono sempre per ricadere sulla popolazione più esposta ma non cambiano di una virgola gli sprechi, la corruzione e le ruberie.