Abolire il suffragio universale, spingere per l'epistocrazia

Eccoci qua. Benvenuti al redde rationem. Il tema che propongo qui potrebbe diventare un punto programmatico di svolta e identità, forse le uniche cose in grado oggi di dare visibilità a partiti microscopici.

Il tema è (nientemeno che) il superamento della democrazia (o meglio: del suffragio universale) e l’abbraccio dell’epistocrazia, vale a dire una forma di governo in cui il voto informato e istruito conta di più di quello disinformato e ignorante. Un qualcosa che in parte esiste già (ma solo in teoria, vd. sotto) nella nostra cara democrazia liquida: il sistema delle deleghe permette in teoria a chi è più competente sui vari temi di contare di più sugli altri. Jason Brennan chiama questo sistema “voto plurimo”.

Il libro di Brennan

Ma chi è sto Brennan? E’ un docente universitario alla Georgetown University, ma soprattutto è l’autore di Contro la democrazia, principale punto di riferimento per chi crede che l’epistocrazia sia meglio della democrazia medesima.

Di seguito riassumo i principali punti del ragionamento di Brennan.

  1. La democrazia è il governo degli Hobbit e degli Hooligan

Il primo capitolo è dedicato al problema fondamentale: la popolazione. Brennan la divide in 3 categorie:

  1. Hobbit: cittadini scaesamente informati, con scarso interesse e scarsi livelli di partecipazione politica: si caratterizzano per un impegno ideologico debole o instabile

  2. Hooligan: cittadini molto informati e impegnati nei confronti della politica e della propria identità ideologica. Per loro, fare politica è come tifare per la squadra del cuore. Si informano di politica, ma in modo partigiano. Cercano informazioni che confermano le loro opinioni pregresse, mentre ignorano, sottovalutano o rifiutano senza pensarci due volte le prove che contraddicono o sconfessano le loro opinioni.

  3. Vulcaniani: pensatori perfettamente razionali e molto informati, senza eccessiva lealtà per le proprie convinzioni. Le loro opinioni hanno solide basi di scienze sociali e filosofia. Sono consapevoli dei propri limiti, e le loro certezze non vanno mai al di là delle prove. Sono gli unici in grado di articolare il punto di vista diverso dal loro in un modo che chi lo sostiene troverebbe accettabile.

La stragrande maggioranza degli aventi diritto al voto, dice Brennan, rientra nelle prime 2 categorie.

  1. Nazionalisti ignoranti, irrazionali e male informati

Qui l’autore spiega che

  • esiste una vastissima letteratura scientifica e decine di esperimenti, sondaggi e test sociologici che dimostrano che il livello di conoscenza degli americani riguardo le basi minime del funzionamento dello Stato è bassissimo. Per citare giusto un paio di esempi:

-durante l’anno delle elezioni, la maggior parte dei cittadini non sa identificare nessun candidato al Congresso nei propri distretti -Il 73% degli americani non capisce quali fossero i motivi della Guerra Fredda -La maggior parte degli americani non sa, nemmeno approssimativamente, quanto si spende per il sistema pensionistico, né a quale percentuale del budget federale corrisponde

-alcune persone di solito sanno più di altre: la conoscenza è fortemente legata all’interesse, ovvero le persone acquisiscono conoscenze politiche perché trovano interessante farlo

-la maggior parte delle persone processa le informazioni politiche in una maniera distorta, che rinforza la loro ideologia preesistente (bias di conferma; availability bias; contagio affettivo ed effetto dell’attitudine precedente)

-le persone più attive in politica di solito sono anche sostenitrici fanatiche, parlano raramente con chi ha visioni politiche opposte e non sanno articolare i motivi per i quali qualcun altro è in disaccordo con loro.

ALTRE ARGOMENTAZIONI IMPORTANTI

Le libertà politiche non sono come le altre

Supponiamo che Tizio -un uomo single e senza figli, sulla ventina- si comporti in modo imprudente: mangia troppo, fa poco esercizio, spende troppi soldi. Per quanto discutibili possano essere le sue scelte, non sta facendo male a nessuno se non a sé stesso. Lasciamo che viva come gli pare. Molte persone pensano che così come Tizio ha il diritto di mangiare fino a farsi venire un infarto, una democrazia ha il diritto di governare sé stessa fino a provocare una crisi economica. L’analogia non regge. Un elettorato non è un individuo, ma un insieme di persone ocn scopi, comportamenti e credenziali intellettuali diverse. In un elettorato ci sono persone che impongono le loro decisioni ad altre. Se la maggior parte degli elettori agisce con stupidità non fa male solo a sé stessa, ma anche ad elettori meglio informati e più razionali.

Il suffragio non è davvero universale

Perché non facciamo votare i bambini di 6 anni? Sembrano esserci 3 ragioni fondamentali:

  1. Appartenenza alla società: i bimbi piccoli non sono ancora pienamente membri della società, perciò non meritano diritto di voto
  2. Dipendenza: i bimbi piccoli voterebbero quello che dicono i genitori, perciò dare il diritto di voto a loro sarebbe come darne di più ai loro genitori
  3. Incompetenza: i bambini non ne sanno abbastanza di politica

Consideriamo la terza ragione: se l’ignoranza è una ragione sufficiente per escludere i giovani dal voto, per coerenza si dovrebbero escludere anche gli ignoranti non giovani.

E fin qui ho semplicemente riassunto il libro di Jason Brennan. Ora aggiungo qualche considerazione mia.

PERCHÉ LA DEMOCRAZIA LIQUIDA NON È EPISTOCRAZIA

  1. Perché presuppone -erroneamente- che il singolo individuo sia in grado di capire chi è competente e chi no su un argomento. E perché mai uno che passa le giornate a insultare Burioni su Facebook dovrebbe essere ritenuto capace di distinguere un luminare della scienza da un ciarlatano?

  2. Perché presuppone -erroneamente- che le deleghe vengano date avendo come unico criterio quello della competenza. Non possiamo sapere se Tizio ha delegato Caio perché lo ritiene più competente o solo più simpatico

L’ETICA HACKER PROMUOVE L’EPISTOCRAZIA

Mi rifaccio qui agli scritti di Levy.

Gli hacker dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza, sesso o posizione sociale. In una comunità hacker, l’abilità conta più di ogni altra sua caratteristica. Levy descrive il caso di L. Peter Deutsch che, seppur appena dodicenne, venne accettato dagli altri hacker del TX-0 nonostante non fosse neppure uno studente del MIT.

Dovrebbe valere lo stesso discorso per i cittadini. Se un bimbo di 7 anni dimostra di saperne di più di un ritardato 50enne, per me il bimbo ha diritto di voto, il 50enne no.

Il problema -come spiega benissimo Brennan- è che abbiamo elevato il diritto di voto a una sorta di patente di dignità ed uguaglianza sociale. Siccome in passato le società occidentali hanno escluso dal voto certe categorie per criteri sbagliati, abbiamo pensato che far votare tutti fosse la soluzione. Beh, non lo è. E’ ovviamente sbagliato escludere dal voto le donne, o i neri, o i biondi, o quelli alti meno di 1m e 65; ma sarebbe giusto escluderli per motivi razionali, ad esempio l’ignoranza.

CON L’EPISTOCRAZIA LA QUESTIONE DELLA PRIVACY E DELLA SORVEGLIANZA DI MASSA È MENO GRAVE

Visto che di recente qui si discute molto sul “che fare” coi dati (nazionalizzarli, non nazionalizzarli) e annesse situazioni di sorveglianza di massa e mancanza di privacy, faccio notare che con l’epistocrazia questo problema si risolverebbe a monte: lasciamo pure che i babbei si facciano indottrinare dai demagoghi di turno, tanto se il loro voto non conta un cazzo (come sarebbe giusto) non faranno danni. Anche perché noi siamo contro lo Stato etico/paternalista: impedire alla gente di svendere i propri dati per sapere a quale personaggio di Games of Throne assomiglia non è tanto diverso dall’impedire loro di farsi uno spinello, mangiare da McDonald tutti i giorni o guardare Uomini e Donne.

TUTTO CIÒ NON È AFFATTO ELITISMO

Soprattutto in considerazione del fatto che nella nostra visione di società la conoscenza è libera. Ergo, se tutti hanno libero accesso alla conoscenza e all’informazione, è anche giusto che chi decide di non attingere a quella conoscenza venga trattato peggio di altri. E’ come se in un villaggio ci fosse un lago in mezzo, a cui tutti hanno diritto di andare liberamente: non lavarti mai è una tua legittima decisione, ma non puoi lamentarti se gli altri abitanti ti scansano perché puzzi da fare schifo.

In futuro (forse) scriverò qualche proposta operativa per implementare concretamente forme epistocratiche. Per ora però mi fermo qua.

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Abbiamo già avuto uno scambio simile un anno fa. Da qualche parte mi pare che ne abbiamo parlato anche @Silvan ed io.

Non ritengo necessario darsi ad esperimenti di postdemocrazia dato che ho due buone ragioni per credere nella democrazia liquida in quanto superiore a quanto proponi.

  1. I ricercatori della Trier Univ hanno scoperto che funziona;
  2. Il modo come ho potuto osservare diecimila persone sfornare proposte intelligenti.

No. Non lo presume. È un modo popolare per spiegare la democrazia liquida, ma la prassi ha dimostrato che funziona nonostante i tuoi dubbi teorici.

Ora puoi investire del tempo per capire perché funziona, ma teorizzare l’opposto mentre esperienza e studi scientifici confermano il funzionamento della democrazia liquida non mi pare molto razionale e neanche convincente.

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Bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa intendiamo con “funziona”. Per Brennan (e per me) un sistema “funziona” se porta a decisioni che procurano benessere e giustizia sociale alla maggioranza dei cittadini. Indipendentemente da chi e come ha preso quelle decisioni. In linea puramente teorica, una monarchia assoluta può funzionare meglio di una democrazia, se il sovrano è colto, sensibile, intelligentissimo etc. Ciò non toglie che affidare il potere decisionale a un solo individuo solo perché “è nato nell’utero giusto” è assolutamente illogico: non è tanto diverso da assegnarlo al primo tizio che passa per strada.

Ora, l’articolo che hai linkato non cerca affatto di capire se le decisioni prese dai pirati tedeschi sono buone o cattive:

We investigate the distribution of power within the party systematically, study whether super-voters exist, and explore the influence they have on the outcome of votings conducted online

Cioè lo scopo dello studio è semplicemente capire come agiscono i super-voter, e che influenza abbiano sulla base. E i risultati di quello studio mi pare che diano ragione a me:

While we find that the theoretical power of super-voters is indeed high, we also observe that they use their power wisely. Super-voters do not fully act on their power to change the outcome of votes, but they vote in favour of proposals with the majority of voters in many cases thereby exhibiting a stabilising effect on the system

Effetto stabilizzante. In pratica questo articolo dimostra che le decisioni prese in democrazia liquida sono le stesse che la base avrebbe preso in democrazia diretta.

Sarebbe più scientificamente corretto dire proposte che a me sembrano intelligenti. E che ti sembrino intelligenti è logico, visto che facevi parte di quei 13.000 iscritti a LQFB. Bisognerebbe vedere cosa succederebbe se quelle “proposte intelligenti” venissero implementate.

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Solo se la democrazia non è in grado di sviluppare un’intelligenza collettiva. Se invece ci riesce, un individuo non avrà mai lo stesso livello di saggezza. Basta osservare Varoufakis.

Se rimuovi gli effetti che possono essere causate da demagogia, disinformazione o manipolazione, si. Se invece ammetti che realmente quelli ci sarebbero, allora la democrazia liquida stabilizza pure quelli. Meglio ancora se prendiamo qualche misura apposita. In pratica tutte le semplificazioni non colgono il nocciolo.

No scusa, ho visto tante cose idiote proprio perché ne facevo parte. Qui ci sta un errore nella tua logica.

Alcune di esse stanno anche nel programma del PP-IT. Sarà perché erano ragionevoli…

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Mi sa che non mi sono spiegato bene. Dal mio punto di vista il fatto che i super-votanti votino nello stesso modo della base è un problema, perché se la base decide cazzate, anche i super-votanti decidono cazzate. Il problema che pone Brennan è come limitare i danni provocati dall’ignoranza e dalla disinformazione della ggggente.

Hai visto cose che sembravano idiote a te e alla maggioranza degli altri 13000. Può darsi che se tu entrassi all’assemblea del Tea Party americano e sottoponessi le stesse proposte a quella gente, ciò che a te sembra intelligente per loro è idiozia, e viceversa.

La Brexit che decisione è? Saggia o stupida?

Questo per dire che i 13.000 iscritti al PP-DE secondo me non costituiscono un campione statistico valido: è come fare un sondaggio sulle intenzioni di voto in un circolo di partito. La tua tesi è che con qualche “misura apposita” si possano rendere razionali le folle. Brennan dice che non è possibile.

Prendi l’Italia di oggi, ad esempio. Come ha spiegato estesamente Boldrin, circa il 60% della popolazione ritiene giusto:

  • Il Nazionalismo ideologico (“prima gli italiani”, “fermare l’invasione”, “basta diktat da Bruxelles” …),
  • Il Socialismo economico (“contro il mercato globale”, “contro il neoliberismo”, “più stato e più spesa” …)
  • Il Populismo politico (“uno vale uno”, “noi siamo i difensori del popolo”, “basta tecnici, decide il popolo”…).

Francamente mi pare che voi informatici tendiate a credere -per deformazione professionale- che tutto -compresi i comportamenti umani- si possa “fixare”. Cioè che qualche accorgimento tecnico o metodologico possa “garantire l’integrità delle proposte contro demagogia” e rimuovere gli effetti causati da demagogia, disinformazione e manipolazione. Ne parlate come se stesse parlando di virus informatici. Solo che le persone non sono macchine: sono scimmie vestite, e lo dimostrano millenni di storia.

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ma se il singolo non è in grado di capire chi è competente e chi no come potrà accettare che i competenti che lui non riconosce guidino la società senza il suo consenso? E come pensi di tenere a bada le persone che reclameranno “democrazia”? Farai sparare sulla folla?

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Gli scienziati non garantiscono che la base in liquid feedback sia incapace o perlomeno meno disposta a decidere cazzate, sotto influenza di opinioni stupide e senza interessarsi delle critiche intelligenti. Lo dice l’esperienza pratica che se qualcuno attento nota le cazzate, diventa più difficile per la base volerle. In pratica non puoi dire che la democrazia liquida non risolvi questo problema, puoi solo affermare che questo documento non lo prova. Immagino che in effetti non si tratta di un aspetto considerato da questo paper.

Sarebbe affascinante fare del lqfb col tea party… come votano le persone se la demagogia momentanea non funziona, l’opinionismo non trova spazio e i dati di fatto sono innegabilmente sul tavolo?

Manipolata. Opinionista. Non orientata ai fatti. Non liquida.

Brennan ha una certezza matematica su una cosa che tecnosociologicamente ancora non è ben sviluppata? Ma allora è un veggente!

Opinionismi che in un sistema di voto orientato ai fatti dettagliati non trovano spazio di influire.

Esatto, per questo ci interessiamo di sociologia e psicologia, non di macchine. Almeno @Silvan ed io. Non so di chi tu stia parlando, ma noi abbiamo un approccio che si orienta in pieno alle scienze umaniste.

[quote=“briganzia, post:6, topic:2124”] ma se il singolo non è in grado di capire chi è competente e chi no come potrà accettare che i competenti che lui non riconosce guidino la società senza il suo consenso? [/quote]

Francamente non capisco la domanda. E’ come chiedere come può un calciatore accettare di essere espulso da un arbitro che lui giudica incompetente. E’ l’arbitro, devi accettare la decisione.

Qui non sto mica dicendo di fare un golpe e imporre l’epistocrazia con la forza: si dovrebbe arrivarci con il consenso democratico (paradossalmente). Il che non sarebbe nemmeno difficile: basta andare da un grillino e dirgli “Hey, tu, amico saggio e intelligente: ma davvero ti va bene che il voto dei PIDDIOTI!1!® conti quanto il tuo?”. Idem con i Dem: “Hey amico, ma non ti fa incazzare che i ritardati grillini contino quanto te?”. Se ognuno è convinto che i babbei siano nell’altro gruppo, saranno tutti d’accordo con l’epistocrazia.

Naa, basterebbe trasmettere in diretta su Rai1 uno spogliarello di Diletta Leotta. O magari organizzare un torneo di scopone, tanto quelli che si riverseranno in piazza a reclamare la democrazia potranno andarci tutti nella stessa Panda.

Almeno la strategia marketing ce l’hai propriamente pronta. :smiley:

Penso che la selezione attraverso la democrazia liquida eviti questo tipo di attriti: di fatto si crea una selezione di persone sufficientemente interessata e ragionevole per “fare carriera” in ambito di deleghe (quelli che deleghe non ne hanno, hanno poco peso), così una specie di epistocrazia si forma automaticamente di fatto. Potrebbe essere una ragione per la quale il meccanismo pare funzioni. Proprio perché non è una democrazia diretta dove tutti hanno lo stesso peso.

Per essere precisi (ok… rompipalle) un singolo studio (per altro su una materia complessa come la sociologia) non può essere considerato verità scientifica. Quando avremo una decina di studi simili tutti riportanti analoghi risultati questa obbiezione sarà valida, ma ora è piuttosto fragile (a meno che esistano altri studi e io me li sia persi… nel qual caso, avresti ragione e mi scuso).

Grazie della sintesi. Molto interessante. Mi riservo di leggere il libro, ma direi che già la tua sintesi mostra seri limiti.

Anche se questo fosse vero (non sono del tutto convinto), si tratterebbe di un problema culturale, risolvibile attraverso l’educazione. Cito un testo che forse conoscerai:

  1. l’involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10 anni quale risultante di una giusta politica di ampliamento dell’area di istruzione pubblica, non accompagnata però dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonchè dalla programmazione dei fabbisogni in tema d’occupazione. Ne è conseguenza una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale - con gravi deficienze invece nei settori tecnici - nonchè la tendenza ad individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro. Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all’equalitarismo assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i più meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell’ideologia dell’eversione anche armata. Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio = posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; ed infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione.

Questo Piano di Rinascita Democratica ha ispirato gli ultimi 30-40 anni di Politica italiana.

Non dovrebbe dunque stupirci se oggi i “Vulcaniani”, l’élite, la classe dirigente ha perso completamente qualsiasi contatto con la realtà, è diventata manipolabile e manipolatoria, mentre Hooligan e Hobbit costituiscono una larga fetta della popolazione.

Populismo e Elitarismo sono facce della stessa medaglia, si completano e supportano vicendevolmente.

No.

L’Etica hacker si fonda sulla Curiosità e ha come unico obbiettivo l’acquisizione di Conoscenza. I valori della Libertà, della Comunione/Collaborazione/Condivisione e dell’Onestà Intellettuale, sono funzionali a questa Curiosità.

Ma il Potere che è l’oggetto della Politica, è totalmente ortogonale a tale etica. Il fatto che l’ignoranza (fondamentale per l’esistenza della Curiosità) costituisca una debolezza tale da rendere la Conoscenza, nei fatti, una forma di potere, per un Hacker è una enorme seccatura, che rallenta la ricerca di Conoscenza e il Progresso della Umanità intera.

Fintanto che il voto di un ignorante vale più di zero, si tratta solo di equazioni.

La Meritocrazia E’ Elitismo. L’accesso alla informazione non è equo anche quando la sua distribuzione è accessibile e gratuita. Riconoscere l’affidabilità delle fonti, di per sé richiede formazione, tempo e fatica. I poveri saranno sempre meno informati o più male informati dei ricchi.

A meno che per mangiare io debba andare a caccia nel deserto, mentre altri raccolgono la frutta dal loro appezzamento di terreno.

Insomma, in sintesi: la fai davvero troppo facile.

Mah, francamente non mi pare. Anzi, mi pare sia stato fatto pressoché l’opposto (forse proprio per istintiva reazione al tentativo golpista di Gelli, chissà). Quel punto che hai citato, pur essendo parte di un progetto delirante e criminale, su alcuni punti potrebbe essere stato scritto da qualunque osservatore economico/politico contemporaneo. Nello specifico:

Sui “corpi docenti non adeguati e preparati” boh, ovviamente non si può fare di tutt’erba un fascio. Ma se uno confronta i risultati dei test Pisa-Invalsi italiani con quelli degli altri Paesi dell’OCSE, beh, parlano chiaro. Che ci sia una scollatura quasi totale tra sistema di istruzione pubblica e mondo del lavoro non lo diceva certo solo la P2; lo ripetono da anni pressoché tutte le associazioni di categoria (da Confindustria ai sindacati alle agenzie di collocamento), le istituzioni indipendenti, i giornali (specie alcune testate online tipo Linkiesta o Lavoce.info). Son tutti piduisti? ll cosiddetto “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro è un dato di fatto: le imprese cercano ingegneri e trovano filosofi (in estrema sintesi).

Diciamo che nel corso degli anni la parola | uguaglianza | ha subito un cambiamento di significato; quella di cui parla la Costituzione è l’uguaglianza “ai nastri di partenza” (art. 3:

(…) è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta` e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Invece quella che molta gente ha in mente è un’uguaglianza “sul traguardo”; tutti bisogna laurearsi, e se ci laureiamo tutti bisogna avere la certezza del posto di lavoro. E se il mercato non è in grado di trovare occupazione a decine di migliaia di filosofi, allora significa che il mercato è cattivo, e dev’essere il pubblico a supplire assumendo tutti.

Sgombriamo il campo da un equivoco: io non penso affatto che l’attuale classe dirigente sia composta da Vulcaniani. Magari fosse così. L’attuale classe dirigente è composta anch’essa da Hobbit & Hooligan: il che è ovvio, dato che Hobbit e Hooligan sono anche gli elettori. Licio Gelli aveva in mente un’oligarchia, non certo un’epistocrazia.

L’equivoco di fondo su cui mi pare si basi tutto il tuo ragionamento è che l’èlite economica debba per forza coincidere con l’elite intellettuale. E’ vero che tendenzialmente è sempre stato così, nella storia, ed è vero che i ricchi sono tendenzialmente meglio informati dei poveri. Ma appunto a questo servirebbero le istituzioni repubblicane: a colmare questo gap.

Nota a margine: è la stessa Costituzione italiana, all’articolo 48, a precisare che anche i “civilmente incapaci” e i “moralmente indegni” dovrebbero essere esclusi dall’esercizio del voto, e che è la legge a stabilire chi è “civilmente incapace” e “moralmente indegno”. Il che, nel corso degli anni, ha dato vita a situazioni a dir poco irrazionali.

Prima del 1978 esisteva una legge (n. 1058/1947 “Norme per la disciplina dell’elettorato attivo e per la tenuta e la revisione annuale delle liste elettorali”) che recitava chiaro e tondo “non sono elettori gli interdetti e gli inabilitati per infermità di mente”; fu la legge Basaglia ad abrogare queste disposizioni.

Ancor più sconcertante il fatto che, fino al 2006, l’esercizio di voto fosse precluso agli imprenditori falliti, per cinque anni dal fallimento (fonte).

Se così fosse, con tutta la fuffa che gira sulle “AI etiche”, oggi l’Italia si troverebbe in estremo vantaggio competitivo! :laughing:

La P2 era una loggia massonica eversiva completamente focalizzata alla propaganda. Per tutta una serie di ragioni, tale propaganda ha funzionato alla grande.

Licio Gelli in un’intervista (che ahimè non riesco a trovare) riconosceva a Berlusconi il merito di aver realizzato il suo progetto e si dichiarava, generosamente, non interessato ad alcun riconoscimento come autore (insieme a tanti altri) di tale progetto.

E per la verità, se mi guardo intorno, non posso veramente dargli torto.

Leggiamo l’articolo 3 nella sua interezza:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Io non vedo un “ai nastri di partenza” da nessuna parte. Io leggo che la Repubblica vuole/deve rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza, perché questi limitano lo sviluppo della persona umana e di conseguenza della società. La persona umana si sviluppa continuamente, dal concepimento fino alla morte. E partecipa alla vita economica, sociale e politica della società lungo tutto il percorso.

Dunque, ripeto, la retorica agonistica che permea la nostra società è frutto di decenni di propaganda Capitalista.

La vita non è una gara. “Uno su mille ce la fa”, solo se accetta l’egemonia culturale che gli impone di competere con i propri simili. Se invece l’individuo sceglie autonomamente di collaborare, ce la fanno tutti.

E se non l’hanno fatto in 60 anni, cosa ti fa pensare che potrebbe iniziare adesso? :wink:

Il tuo ragionamento è estremamente semplicista. La lezione della Storia è chiara tanto che la riporti tu stesso. Un approccio del genere non può che condurre ad una oligarchia. più precisamente ad una aristocrazia, ad un “governo dei migliori”.

Con una differenza: in vece di un Re a stabilire chi sono i migliori, avremo i potenti a definire quali domande fare in sede elettorale e quali sono le risposte giuste.

Cosa mai potrà andare storto?

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A cosa nello specifico fai riferimento parlando di Varoufakis?

Considerando che ciò è una condizione biologica della mortalità e della cognizione dell’essere umano, che porta le persone a specializzarsi in attività differenti, questo è davvero una obiezione a quanto dice?

Non mi è chiaro il legame fra mortalità, meritocrazia ed elitismo: cosa intendi con quel passaggio?

Di certo, delega (e dunque una fiducia commisurata, verificabile e revocabile) e specializzazione costituiscono una risposta evolutiva al consumo energetico del cervello umano: il 4% del nostro peso consuma fino al 25% dell’energia.

Tuttavia la mia obbiezione è relativa ad una specifica attività: la Politica.

La Politica non è un’attività individuale ma intrinsecamente collettiva. L’idea che possa (o peggio debba) essere una professione, una specialità come la medicina o l’agricoltura, è una aberrazione del nostro tempo. Una sorta di inganno egemonico finalizzato a giustificare e far interiorizzare il concetto di “classe dirigente”, di una necessaria superiorità intellettuale del eletto rispetto al elettore.

Un concetto in diretto contrasto con la Costituzione della Repubblica Italiana, come è evidente leggendo gli articoli 1, 56, 58 e 67.

Il Parlamento dovrebbe essere un luogo di dialogo fra persone diverse con specializzazioni diverse che cercano soluzioni ai problemi per il Bene Comune. Un luogo pieno di contadini, programmatori, medici, infermieri, maestre etc… estremamente competenti nei rispettivi ambiti che cercano sintesi fra i bisogni delle persone. Invece ci ritroviamo da decenni con un Parlamento di avvocati, notai, “politici di professione” e subrette che cercano compromessi fra interessi di gruppi contrapposti (quando va bene) o marchette elettorali (quando va male).

Supponi pure che ci sia un politico di professione in buona fede: incompetente su qualsiasi materia pratica e circondato da persone del genere, come può non essere succube del lobbista che sembra più preparato in materia?

Dunque la mia obbiezione è che la Politica non deve essere una specialità dell’individuo ma una elaborazione collettiva: il dialogo (che ne è presupposto) deve essere insegnato a scuola sin dalle elementari, come (e attraverso) la lettura, la scrittura e la programmazione.

Stavo sottolineando il fatto che è inevitabile la formazione di sottoculture esclusive relative a competenze specifiche, e mi pare anche coretto giudicare l’autorità della persona in quella sottocultura in base alla sua competenza, sempre nell’ambito di ciò che concerne quella comunità. Perciò non mi era evidente quale è l’obiezione posta, dato che è uno sviluppo necessario in condizioni di scarsità di risorse quali tempo ed energia.

Non sono d’accordo, ritengo che la politica nella scala odierna sia troppo complessa perché si possa invalidare la necessità di una formazione politica, non facile da acquisire, per partecipare al ramo legislativo. Rispetto la disciplina delle scienze politiche e ritengo che sia estremamente difficile avere contemporaneamente competenze sofisticate in domini come quello informatico o medico e nella prassi politica.

Sono quelle le professioni più comuni perché sono le più preparate in campo legislativo, non è impedito l’accesso a persone di differente formazione se non attraverso meccanismi interni dei partiti più popolari.

Un politico rispettabile cerca nella sua squadra di tecnici diversità di formazione professionale (e politica); in base al consenso che ricava tra tecnici può far leva sulle sue competenze di prassi politica per promuovere disegni di legge o emendamenti coerenti con quanto ricavato. Idealmente.

A mio parere le due sfaccettature coesistono e sono in rapporto simbiotico, senza una o l’altra è difficilmente evitabile un periodo di stagnazione o regressione, quantomeno politicamente. Dialogo == dibattito? Se sì, sarebbe competenza della filosofia (non storia della), e mi trovi più che d’accordo.

Indipendentemente dalle nostre opinioni, il testo Costituzionale è chiaro.

Vai a rileggerti quegli articoli: non troverai alcun requisito culturale per rappresentare la Nazione. Altrimenti potremmo risparmiarci le elezione e fare concorsi pubblici per scegliere i Parlamentari migliori.

Io la vedo in modo esattamente antitetico: l’unico prerequisito della politica deve essere la capacità di dialogo volto ad una sintesi.

Le nozioni tecnico legali possono essere fornite da tecnici come avvocati etc…

Mi fa piacere. Il lavoro come informatico mi ha sottratto al corso di Scienze Politiche nel lontano 2002. A quel che ho potuto vedere nei miei anni Universitari, non c’è nulla di trascendentale nelle Scienze Politiche: è una materia con millenni di Storia. Anche le novità, non sono poi così sorprendenti: nuovi rami di un albero maestoso.

L’informatica per contro è ancora ai primordi. Un seme da cui stenta a spuntare un germoglio (per mille ragioni, culturali, sociali, economiche, geopolitiche).

Eppure sono convinto che chiunque può programmare. Non su Excel o Scratch… ma sul serio. Ed è nostro dovere diffondere la nostra conoscenza e renderla accessibile!

Programmare deve essere come leggere e scrivere. E programmare è una attività profondamente Politica. E tutti possono altresì fare Politica.

Anzi per la precisione, in Italia non fare Politica è illegale!

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

C’è scritto “che la può esercitare”? No.

Non vorrai mica violare la legge? :wink:

Mi trovi d’accordo, ma credo che fare ciò con metodo e accuratezza è estremamente difficile nel contesto legislativo più generale che ci sia, e proprio per questo ritengo che ci sia bisogno di una formazione ad hoc; non ritengo assolutamente che è necessaria una laurea nelle materie sopracitate, ma sono necessarie delle competenze che non puoi trovare nel pedagoga o nell’informatico qualunque.

Ciò non vale anche per gli altri campi? Cosa rende meno meritevole di comprensione la materiale legale in un organo la cui funzione è proprio legiferare?

Firmerei e incornicerei.

Non ho capito questa parte francamente, come ho detto nel messaggio precedente ritengo che la politica parlamentare non può prescindere dall’attività politica “in basso”", quindi suggerirei che ci troviamo d’accordo su questo!

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La giurisprudenza non è “meno meritevole” delle altre materie, semplicemente è una esigenza “strumentale” non “finale”.

Le leggi sono lo strumento per regolare la società, lo strumento operativo del Parlamento, ma non sono lo scopo del Parlamento, il suo fine.

Dunque l’avvocato deve essere uno strumento del Parlamemtare che però non ha bisogno di essere avvocato lui stesso.

Perché è più utile un contadino in Parlamento di un avvocato a parità di buone intenzioni? Perché è più probabile che si legiferi su quali fertilizzanti utilizzare piuttosto che su come fare le leggi (visto che una Costituzione ce l’abbiamo già). E mentre se un lobbista suggerisce al contadino di imporre di concimare con una tonnellata al metro quadro di prodotto X, il contadino ha l’esperienza per dire che è una cazzata ed ucciderebbe il terreno, l’avvocato non è in grado di comprendere appieno l’affermazione del lobbista. E anche se l’avvocato è così illuminato da volersi informare, non ha le competenze per selezionare un contadino competente che gli spieghi.

Naturalmente questo è più vero sulle materie dalla storia più breve, come l’informatica. Il politico che non sia informatico di professione non può scegliere un informatico competente a supportarlo.

Io ho già iniziato nella 5 elementare di mia figlia.

Una risorsa interessante se vuoi provare anche tu è Fare.

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Vero e -per quanto mi riguarda- anche giusto. Però l’oggetto della discussione erano i requisiti culturali degli elettori, non degli eletti. E sui primi, ribadisco, l’articolo 48 della Costituzione dice chiaro e tondo che sono esclusi dal diritto di voto i “moralmente indegni” e i “civilmente incapaci”.

Un attimo: non confondiamo il concetto di “esercitare la sovranità” con quello di “fare politica”. Il popolo esercita la sovranità attraverso il voto, ma votare non è obbligatorio (tantomeno lo è il militare in un partito o fare alcunché di politico). Questo perché anche uno che diserta le urne si sta esprimendo: sta dicendo che per lui/lei chiunque vinca tra i partiti in corsa non fa differenza, che è come dire “qualunque sia la volontà della maggioranza relativa dei miei concittadini, per me va bene”.

Mmmm. Siamo sicuri che sia “l’esperienza” a poter far dire se il prodotto X “va bene” o meno? Istintivamente direi che piuttosto sarebbe la competenza in chimica e biologia. (Nulla vieta di per sé che il contadino abbia davvero studiato queste materie, ma immagino che qui si stia parlando di un ipotetico contadino con basso titoli di studio). Anch’io ho la patente e guido spesso l’automobile, ma non per questo sarei in grado di dire se un certo nuovo modello di spinterogeno sia migliore o peggiore di un altro (e se dovessi assistere a un dibattito tra 2 ingegneri sul tema, non so come riuscirei a dire chi ha ragione e chi ha torto. Al massimo potrei favorire quello più bravo a parlare, ma non è detto che sia quello più competente o che abbia ragione). Ora, in base alla celeberrimo effetto Dunning-Kruger, chi sa poco tende a sopravvalutarsi e chi sa molto tende ad essere prudente. Il punto quindi sarebbe assicurarsi che chi sta in Parlamento abbia consapevolezza dei propri limiti, e in un caso del genere abbia l’umiltà di chiedere lumi a tecnici del settore. (Tra l’altro, gli avvocati in particolare sono una categoria professionale che più di ogni altra è abituata alle perizie di parte e a gente che tira l’acqua al proprio mulino a forza di perizie dalla pretesa oggettività). Quindi la domanda è: siamo davvero sicuri che sia più facile abbindolare un avvocato di un contadino? [E’ interessante osservare storicamente il ruolo che le masse contadine hanno avuto negli ultimi secoli. Sono sempre andate dietro a chi garantiva loro vantaggi materiali -come tutte le altre classi sociali, del resto- e hanno contribuito a moti sovversivi; solo che alcuni di li chiamiamo “rivoluzioni” e li consideriamo pilastri nella storia del progressismo, mentre altri li etichettiamo sotto altri nomi. In termini più semplici: i contadini hanno contribuito alla rivoluzione francese, ma anche alla Vandea, al Sanfedismo, al fascismo, allo stalinismo etc.].

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